giovedì 15 settembre 2016

Perché le Paralimpiadi fanno paura

La prima volta che ho visto un'olimpiade in televisione è stato Atlanta '96. Era estate e avevo scoperto che lo sport poteva essere magico. Avevo 12 anni e stavo sveglia di nascosto di notte per vedermi le dirette. Di fioretto! uno sport che fino ad allora non sapevo neanche esistesse. Guardavo quelle persone e pensavo: vorrei
diventare campionessa dei 100 metri! No! No! No! Vorrei diventare campionessa di fioretto! No! No! No! Vorrei diventare campionessa olimpica di pallavolo! Fu la prima volta che piansi per una partita: i miei eroi persero al tie break con i miei beniamini olandesi di cui adoravo il rosso centrale Bas Van De Goor (di cui comprai anche la maglia).
Mi appassionai a tutto e all'esame di terza media portai come tesina la... storia delle Olimpiadi!
Negli anni poco è cambiato se non che inizio ad avere delle rughe e ho la consapevolezza che purtroppo non salirò mai su nessun podio dell'Olimpo sportivo. Specifico sportivo perché comunque sono una sognatrice e magari nel proseguo della mia vita potrei raggiungere qualche altro olimpico traguardo :-) Ma lo sport rimane per me qualcosa di speciale. Se possibile guardo tutte le discipline e spesso mi emoziono ancora. Purtroppo non davanti alle imprese esaltate da tutti: Bolt non mi fa impazzire (aspetto solo di sentire quando diranno che è dopato) e Phelps è un campione che mi appassiona poco. Ho pianto per l'ultimo tuffo della Cagnotto e per il quarto posto della Pellegrini. Sono stata lì con le palpitazioni sperando la Ferrari raggiungesse finalmente il podio ma ho visto la vera passione nelle Olimpiadi che si stanno disputando in questi giorni: le Paralimpiadi di Rio 2016.
Ora cercherò di fare attenzione perché non vorrei essere accusata di retorica ma... Che palle che hanno questi atleti!
Poco pubblicizzati, spesso considerati come atleti di serie B, mi hanno incollata allo schermo in ogni disciplina non tanto per il risultato ma per il loro orgoglio. Quando vedi nuotare una persona senza braccia e con una gamba sola... niente. Non riesci a pensare a niente. La mia mente si congelava mentre guardavo quell'uomo nuotare con fatica, arrivare ultimo ma... farcela.
Cosa significa fare sport?
Per gli atleti che vediamo in tv non è una semplice attività ricreativa: è un lavoro. Quante volte abbiamo pensato: strapagati e pure svogliati! Antipatica, musona! Il fatto che vengano pagati fa diventare gli spettatori critici e commissari tecnici. Il pubblico dovrebbe godere dello spettacolo ed invece spesso esalta solo i lati negativi mostrando uno dei, purtroppo, più frequenti sentimenti umani: l'invidia. Inoltre ci aspettiamo che gli atleti siano sempre tutti belli, perfetti, sempre in forma e pure brillanti e simpatici. Ma non sarebbero umani se fossero tutti così, no?
Per noi lo sport è un diversivo, un passatempo, uno sfogo. Segretamente molti invidiano quegli atleti che, a differenza nostra, non lavorano. Che finiscono di gareggiare a trent'anni e che non sono preoccupati per la pensione. O no?
E per gli atleti paralimpici cosa è lo sport?
Sfida? Lavoro? Divertimento? Forse ma sopratutto anche altro. Quasi tutti gli intervistati hanno detto che è una seconda possibilità. Persone che non si piangono addosso (o quantomeno non lo fanno in pubblico).
Quando li guardo vedo persone che hanno saputo reagire. Che non sono rimaste ferme nella sfortuna e/o nella difficoltà. E li ammiro. Li ammiro tutti. Anche tra di loro ci sarà lo stronzo, il musone, l'antipatico, il pesante, la cretina. Ma che forza e che coraggio hanno?
Perché quando gareggiano, oltre ai loro avversari, ammettiamolo, affrontano anche il nostro sguardo. Noi che ignoriamo una mamma col passeggino sulle scale della metro, noi che sbuffiamo se non troviamo parcheggio e quelli riservati sono vuoti, noi che ce ne sbattiamo di parcheggiare sulle strisce, che non ci interessa se le porte degli hotel sono strette. Noi che se vediamo una persona amputata giriamo lo sguardo per poi tornare a fissarla appena si gira, noi che quando vediamo il bastone di un cieco pensiamo solamente "speriamo non mi prenda dentro" ma sopratutto noi che pensiamo "speriamo non capiti a me"
Poche sono le persone che adesso stanno seguendo questi giochi. Si sentono dire frasi assurde come da quelli che non entrano in canile perché "se no poi quando esco sto troppo male". La gente non guarda perché dice di provare pena quando invece non guarda perché non è capace di tenere lo sguardo su persone che dimostrano su tutte una qualità rara: il coraggio.
La cosa più bella che mi stanno dimostrando gli atleti di questa seconda olimpiade di Rio 2016 è che la vita continua. Che si può saltare in alto anche con una gamba sola. Che si può nuotare anche senza braccia. Che si può giocare a bocce anche da tetraplegici. Che si può correre e giocare a palla anche ciechi. Certo non è una cosa da tutti. Sono atleti veri, magari non ricoperti dai soldi degli sponsor ma che si allenano lo stesso ore ed ore al giorno e magari si dopano pure.
Penso che forse le paralimpiadi fanno paura perché lo spettatore medio, che di solito vive criticando e lamentandosi di tutto nella vita, non ce la fa a guardare persone che cercano in tutti i modi di superare le proprie difficoltà. Di reagire e di migliorare nonostante limiti reali con cui convivono dalla nascita o che sono arrivati più avanti nel loro percorso e che gli garantirebbero migliaia di scuse giustificate.
Quello che mi trasmette più emozione non sono solo le loro imprese trasmesse in tivù ma il fatto che per loro ogni giorno è una sfida che a volte subiscono ma che, da veri atleti, quasi mai rifiutano. 

Forza ragazzi!








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